My AUDIT: la storia di una rivoluzione personale che mettiamo al vostro servizio.

Audit Personalizzati

L’Audit e la solita storia: “si è sempre fatto così…”

Oggi vi raccontiamo My Audit la storia di una rivoluzione personale che parte da una storia raccontata male: è questo quello che spesso è successo, un po’ per superficialità, un po’ per distrazione, un po’ per distratta inconsapevolezza.
Ma soprattutto per la mancanza della capacità di immaginare qualcosa di diverso, frutto di uno stereotipo – quello sì, maledetto – che ha finora portato (la maggioranza) a continuare a dire “si è sempre fatto così” …
Questa è stata, fino a poco tempo fa, la storia dell’auditor interno, visto (e vissuto) come un “maledetto”, come un ….

“Sarai sempre il cattivo
in una storia raccontata male”

Maudit… (storia di solo pochi anni fa)

“Maledetto”: maudit, in francese. Proprio come i “poeti maledetti”, con la loro “genialità” ma soprattutto con il loro stile di vita, fuori dagli schemi…

Auditor, insomma, visto come un maudit, come una sorta di puntiglioso soggetto dedito alla ricerca del pelo nell’uovo, e potenzialmente in grado di mettere a repentaglio la reputazione dl malcapitato di turno…
Tuttavia….
Tuttavia bisogna vedere come viene raccontata, quella storia…e da quale punto di vista…
Maledetto, inoltre, oltre ad essere un aggettivo è il participio passato di maledire: detto male, raccontato male.
E se una storia è raccontata male, anche la morale cambia, con annessi e connessi.

L’auditing e il mestiere di ascoltare

E pensare che quel “maledetto”, detto alla francese – maudit – contiene al suo interno l’essenza stessa del mestiere dell’auditor: ascoltare.
Cominciamo dalle basi: si pronuncia “alla latina” – come si scrive – e non “all’inglese”: [àudit], e non [“òdit”].
Deriva dal latino “audire”: ascoltare.
E sebbene dal punto di vista linguistico-semantico non c’entri nulla, da quello psicologico – e vi sveleremo il perché solo alla fine (verso la fine…) – è connesso anche con un altro verbo latino, molto simile nell’ortografia, audere: osare.
Quello dell’auditor, e quello di auditor interno, in particolare, è uno dei lavori più difficili, ma nello stesso tempo affascinanti, che ci sia nel campo dei servizi alle imprese: ascoltare.
Il mestiere di ascoltare.
Già, perché al di là di quanto “percepito” (o “sentito”, se vogliamo rimanere sul terreno sdrucciolevole dell’ascoltare in senso lato, precisando però che sentire ed ascoltare sono attività potenzialmente opposte, un po’ come vedere e guardare) – ancora oggi purtroppo spesso – il ruolo dell’auditor, e in particolare dell’auditor interno, ridotto ai minimi termini consiste proprio nell’ascoltare.

Il mestiere di ASCOLTARE:

  • cosa fa l’azienda, con quali mezzi, con quali suddivisioni di ruoli, con quali persone (e a volte anche personaggi), in che modo, con quali tempistiche, per gestire il proprio lavoro quotidiano e il proprio business.
  • com’è strutturato un processo, e poi un altro, e via discorrendo, e poi ancora quali sono le reciproche interrelazioni.
  • l’impegno profuso nel cercare di risolvere gli inevitabili problemi che si verificano nella quotidiana vita lavorativa, e le soluzioni adottate per mitigarne gli effetti ed evitare che si ripetano in futuro.
  • le lamentele nei confronti del “capo”, o del collega, che ancora non hanno capito il valore del tuo lavoro di progettista di un sistema di gestione, o che lo ritengono un male necessario.
  • gli aneddoti su quella legge che impone, sulla Regione che esige, sulla Provincia che reclama, sull’autorità di turno che “eh però insomma nel corso dell’ispezione, della verifica, dell’audit…”.

Ascoltare anche – perdonatemi, ma è così – le stupidaggini che si sentono dire sugli audit – e, di conseguenza, sugli auditor – “percepiti”, appunto:

  • i primi come una verifica, un’ispezione, un “qualcosa” attraverso il quale cercare dei punti deboli (ce ne sono potenzialmente sempre), un’attività, insomma, propedeutica ad una qualche forma di sanzione (anche e soprattutto sull’auditato, e
  • i secondi, ça va sans dire, come degli “esattori”.

Colossale bugia, certo, ma ancora molto diffusa, anche se non sempre esplicitata, e poco smentita, nel generale scetticismo che circonda questa figura: ma mi ascolta per davvero?
Ed è per questo che l’auditor, come facevo cenno poche righe fa, deve avere – fra i “requisiti non scritti” – una certa dose di coraggio.
Deve osare.

Il cambio di paradigma: osare e saper comunicare

Non sempre la colpa è soltanto della leadership aziendale: occorre, naturalmente, che anche l’auditor sia in grado di trasferire gli esiti della propria valutazione professionale all’organizzazione auditata, e che sia in grado – osando – di combattere quel modo di pensare in base al quale “si è sempre fatto così”, che non è in alcun modo in grado di gestire il cambiamento e di far crescere l’azienda, nella consapevolezza dell’importanza di essere resilienti.
Ed è a questo punto che occorre un cambio di passo: un passo verso l’audit organizzativo gestionale, nel quale l’auditor – ogni singolo auditor, sarebbe meglio dire – attraverso la classica metodologia dell’audit, opportunamente aggiornata e rivisitata nella nuova norma, possa accompagnare le imprese ad affrontare un cambio di paradigma epocale.
Attraverso un nuovo approccio, un nuovo modo di vedere le cose, un nuovo modo di fare il mestiere dal quale prendere il nome: il mestiere di ascoltare, in tutte le declinazioni che questo termine può assumere.
Un concetto strettamente correlato a quello dell’ascolto è quello concernente la comunicazione, che faccia percepire e comprendere alle aziende che l’auditor sta ascoltando per davvero!
Auditor che ascolta (input), e grazie a questa preziosa e rara soft skill, è in grado di fornire un’articolata e strutturata serie di indicazioni operative alle aziende, per continuare a migliorarsi, non solo nel singolo settore preso in considerazione, ma anche nel complesso dell’attività svolta.

Qualcosa di personale: la prospettiva

“È la storia, non colui che la racconta ”.
È quello che è successo anche a noi: spesso, in passato, la storia ha preso il sopravvento, e il nostro lavoro è stato derubricato – fra maledizioni a volte condite con epiteti piccanti – a mero passaggio formale di richiesta garanzia di una sedicente conformità al “punto della norma”.
In sostanza, le aziende ci chiamavano per darci l’incarico di partecipare fittiziamente ad audit interni “finti”, che servono a poco, se non a coprire il punto della norma in occasione degli audit dell’ente di certificazione. Punto. L’unico interesse era quello di ottenere “il bollino blu” della certificazione, con buona pace della gestione efficiente ed efficace dell’azienda.

Funziona(va) più o meno così: numerose aziende – che vivono (vivevano) male il loro sistema di gestione – poco prima della visita di sorveglianza o rinnovo della certificazione si ritrova(va)no ad adempiere a questo requisito di norma e per varie ragioni (risparmiare tempo e costi, incompetenza, indisponibilità del personale da auditare, urgenza di sbrigare la pratica…) preferiscono (preferivano) registrare audit interni fasulli – non svolti realmente e infarciti di dati non veri, al limite verosimili e in ogni caso parziali – piuttosto che effettuare una vera verifica sulla corretta attuazione dei processi aziendali.
Tale pratica è anche figlia dell’assenza di reali procedure, o dell’implementazione di procedure meramente burocratiche/cartacee, che nessuno nella realtà osserva.
Scollamento fra realtà aziendale e realtà descritta nelle procedure: una modalità che non crea alcun valore aggiunto e rappresenta, in ultima analisi, soltanto un a perdita di tempo, che non può far altro che aumentare il senso di inutilità di tutto il sistema.

Naturalmente, abbiamo perso quella tipologia di clienti, a causa del nostro rifiuto di accettare questo paradigma.

La nostra era, ed è, una prospettiva differente.
Ci siamo impegnati per farla cambiare alle aziende, e abbiamo cominciato ad ottenere dei risultati: abbiamo semplicemente deciso di cambiare il paradigma, e di scriverla noi, quella storia: “non è la storia, è colui che la racconta”, per parafrasare la frase con la quale abbiamo aperto questo paragrafo.
È colui che racconta, infatti, che può indirizzare la storia.
Una storia che, partendo da un triste dato di fatto – gli auditor percepiti come maudit – si avventura, passo dopo passo, nella narrazione del valore aggiunto del mestiere di ascoltare per davvero le problematiche, le aspettative e le esigenze delle aziende, che una volta fatto proprio il concetto ribaltano l’esito, la morale: sentono l’audit come qualcosa di personale, di proprio.
Il proprio audit: MyAUDIT

MyAUDIT: una rivoluzione

Diceva Alexis De Toqueville che “in una rivoluzione, come in un racconto, la parte più difficile è quella di inventare un finale”.
La rivoluzione del nostro approccio, nella sua semplicità, consiste proprio dal partire dalle esigenze e dalle aspettative del cliente, e nel costruire insieme un percorso di crescita.
Altro che la puntigliosa ricerca del pelo nell’uovo, in vista di una “punizione”: al contrario, il costante impegno a migliorare, a discapito delle imperfezioni che un occhio troppo coinvolto non è in grado di cogliere, e che spesso fanno la differenza.
Specie in un momento particolare, come quello che stiamo vivendo.
La gamma dei servizi offerti da Natura Giuridica e Sistema ISO è ampia: dagli audit di conformità legislativa a quelli di sistema (nei settori riguardanti l’ambiente, la sicurezza e la qualità: ISO 14001, ISO 45001 e ISO 9001), dalla creazione di sistemi di gestione fino alla cura di tutte le pratiche amministrative, nei settori sopra indicati.
Ma, soprattutto, i servizi che offriamo sono personalizzabili: siamo qui per aiutarvi, non per imporvi un pacchetto preconfezionato; siamo qui per costruire un sistema adatto alle vostre esigenze, alle vostre aspettative, alle vostre tasche.
Siamo qui per voi.
E quindi?
E quindi sta a voi decidere di scrivere – di inventare, per usare le parole di Toqueville – quel finale: un finale aperto.
Aperto al continuo miglioramento.
Se volete, potete contattarci: siamo qui per ascoltarvi, per aiutarvi.
Siamo qui per voi.

Andrea Quaranta e Danilo Franco Olivero

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